La fiaba – Rico e Caterinetta – J e W. Grimm

(Non esistono illustrazioni degne per questa fiaba (non ancora), quindi posterò qui alcune di quelle che io ritengo essere le più belle illustrazioni di fiabe in assoluto, ma riferite ad altri racconti; le immagini valgono la pena di qualche minuto di contemplazione. L’illustratore è Kay Nielsen) ❤

Un uomo che si chiamava Rico e una donna che si chiamava Caterinetta si erano sposati e vivevano insieme da sposini. UN giorno Rico dice: “Caterinetta, ora vado nel campo e quando torno ha da esserci in tavola roba fritta da mangiare e roba fresca da bere.”

“Vai pure, Ricuccio” rispose Caterinetta “Vai pure, farò tutto a puntino!” Quando fu l’ora di desinare, Caterinetta staccò una salsiccia dal camino, la buttò nella padella, ci aggiunse il burro e la mise al fuoco. La salsiccia cominciò a sfrigolare e friggere. Caterinetta stava lì col manico della padella in mano e andava dietro ai suoi pensieri, quando le venne in mente: “Intanto che la salsiccia si appronta, potresti spillar da bere in cantina!”. Sistemò quindi il manico della padella, scese in cantina e spillò la birra.

La birra stillava nel boccale e Caterinetta la stava a guardare, quando le venne in mente: “Toh, c’è su il cane e che Dio ne guardi, potrebbe prender la salsiccia dalla padella, ci mancherebbe anche questa!”. In un lampo, Caterinetta fece le scale, ma il birbante aveva già la salsiccia in bocca e se la trascinava via per terra! Caterinetta gli8 corse dietro, per niente pigra, dandogli un bel po’ la caccia per i campi, ma il cane era più svelto di Ceterinetta, non mollava la salsiccia e la faceva ballonzolare fra le zolle. “E’ inutile!” disse Caterinetta e riprese la via di casa, ma stanca della corsa, camminava pianino, pianino e facendosi vento.

Intanto la birra seguitava a stillar giù dalla botte, perché Caterinetta non aveva girato la cannella, e quando il boccale fu pieno e altro sotto non c’era, cominciò a scorrere nella cantina; perché smettesse bisognò che la botte fosse vuotata. Caterinetta si accorse del disastro fin dalle scale. “Accidempoli!!” Esclamò “ora cosa inventi Caterinetta, perché Rico non se ne accorga?”. Ci stette a pensare un po’ su e alla fine le venne in mente il sacco di bella farina di frumento rimasto in soffitta dall’ultima sagra; l’avrebbe portato giù e sparso sopra la birra. 🍺

“Eh sì” disse “chi all’occasione tien di conto, c’ha nel bisogno il suo tornaconto!” Salì in soffitta, portò giù il sacco e lo buttò proprio sul boccale pieno e rovesciò anche quello, e così ad allagare la cantina ci andò anche la birra di Rico. “Meglio così!” disse Caterinetta, “…Dove ce n’è uno deve esserci anche quell’altro!” e sparse la farina per terra in tutta la cantina. Quando ebbe finito disse tutta soddisfatta: “Ora sì che è tutta pulita!”

All’ora di desinare tornò a casa Rico. Be’, moglie, cosa mi hai preparato?” “Ah, Ricuccio” rispose lei, “Volevo friggerti una salsiccia, ma mentre spillavo la birra il cane l’ha acciuffata dalla padella e mentre correvo dietro al cane, la birra si è versata tutta! E mentre cercavo di asciugare la birra con la farina, ho rovesciato anche il boccale; ma stai tranquillo, la cantina è tornata bell’asciutta.”

Disse Rico: ” Caterinetta, Caterinetta, questo non lo dovevi fare! Farti portar via la salsiccia dal cane, lasciar la botte vuotarsi dalla birra e poi spargerci sopra la nostra bella farina!” “È vero, Ricuccio, non lo sapevo, se tu me l’avessi detto!”

L’uomo pensò: ” Con la moglie che ti ritrovi, sarà bene che tu abbia giudizio!”. E siccome aveva messo da parte un bel po’ di talleri, li cambiò in oro. Disse a Caterinetta: “Vedi? Queste son chincaglie gialle; le metto in una pentola e le sotterro nella stalla sotto la greppia, ma bada di non avvicinartici, sennò guai a te!” E lei:” No, no, Ricuccio, no che non mi avvicino!”.

Be’ mentre Rico non c’è, arrivano nel villaggio dei mercanti a vender pentole e ciotole di terra e chiedono alla sposina se non vuole trattare qualche acquisto. “Oh, brava gente…” dice Caterinetta, “…denari non ce n’ho e non posso comprar niente; a meno che non vi interessino delle chincaglie gialle, allora sì.” “Chincaglie gialle? Perché no! Fatecele un po’ vedere!” “Io non posso avvicinarmici, ma andate voi nella stalla e scavate sotto la greppia; le chincaglie gialle le troverete lì!”

Quei furfanti ci vanno, scavano e trovano oro puro. Con quel carico se la filarono lasciando in casa le ciotole e le pentole. Caterinetta pensò bene di adoperar subito le nuove stoviglie; ma siccome in cucina ce n’era in abbondanza, spaccò il fondo di ciascuna e le infilò tutte quante per bellezza nei pali della staccionata intorno a casa. Quando Rico rincasò e vide la novità della decorazione, disse: “Caterinetta, cosa hai fatto?” “Le ho comprate. Ricuccio, con le chincaglie gialle che stanno sotto la greppia; io però non mi ci sono avvicinata ed è toccato ai mercanti mettersi a scavare.” “Ah, moglie” disse Ricuccio “…che hai fatto!? Quello era oro puro, altro che chincaglie, ed era tutto il nostro avere! NO, questo non lo dovevi fare!” “È vero” disse lei “…non lo sapevo, se tu me l’avessi detto!”

Caterinetta se ne stette un po’ lì a pensare, poi disse: “Senti, Ricuccio, vedrai che l’oro ce lo riprenderemo; corriamo dietro ai ladri!” “Vieni” disse Rico “Proviamoci! Ma porta burro e formaggio, così per strada avremo qualcosa da mangiare.” “Sì, Ricuccio, ci penso io.” Si incamminarono e siccome Rico era miglior camminatore di lei, Caterinetta restò indietro. “Tanto di guadagnato” pensò lei “così al ritorno sono già un pezzo avanti!”.

Ed eccoti lì un monte dove ai due lati della strada c’erano profonde rotaie. “Guarda lì” disse Caterinetta “…come hanno scorticato, squartato e schiacciato questo povero terreno! Non avrà più salute per tutta la vita.” E per la compassione cavò fuori il burro e lo spalmò sulle rotaie, a destra e sinistra, in modo che non patissero tanto sotto le ruote, e mentre si chinava così tutta compassionevole, una forma di cacio le rotolò di tasca, giù per la montagna. Disse Caterinetta: “HO già fatto una volta la strada per salire, non la rifaccio di certo per scendere; ci andrà un altra forma di cacio a riprenderla.”

E tirata fuori un’altra forma la fece rotolar giù. E siccome i caci non tornavano, ne fece rotolar giù un terzo, pensando: “Forse voglion compagnia e da soli si muovono malvolentieri!”. Ma i caci mancavano tutti e tre e Caterinetta si disse: “Chissà perché! Ma può anche darsi che il terzo non abbia trovato la strada e si sia perso; manderò il quarto a chiamarli!” Nemmeno il quarto però fu più bravo del terzo. Allora Caterinetta si arrabbiò e buttò giù il quinto cacio e poi il sesto, che erano gli ultimi. Per un po’ stette lì appostata per vedere se tornavano, ma siccome non volevano proprio tornare, disse: “Ehi, lumaconi che non siete altro! Quanto ci mettete? Credete forse che io abbia ancor voglia di star qui ad aspettare voi? Io vado per la mia strada, se volete potete raggiungermi, gambe più giovani delle mie ce l’avete di certo!”

Caterinetta proseguì e trovò Rico che si era fermato e l’aspettava perché aveva voglia di mandar giù qualcosa. “Su, tira fuori quel che hai portato!” Ma lei gli allungò pane asciutto. “E il burro e il formaggio?” chiese il marito. “Ah Ricuccio…”, disse Caterinetta “…col burro ho unto le rotaie e i caci tra poco verranno; me n’era scappato uno, allora ho mandato gli altri a chiamarlo.” Disse Ricuccio:” Questo non dovevi farlo, Caterinetta, spalmare burro sulla strada, far rotolare i caci dal monte!” “È vero, Ricuccio, non lo sapevo. Se tu me l’avessi detto!”

Mangiarono insieme pane asciutto, poi Rico chiese:” Caterinetta, hai custodito la casa quando sei venuta via? Hai chiuso bene la porta?” “No, Ricuccio, non me l’avevi mica detto.” “Allora torna a casa; conviene che sia ben custodita prima che si vada avanti, e guarda di prendere anche qualcos’altro da mangiare. Io ti aspetterò qui.” Caterinetta tornò indietro e pensò:” Ricuccio vuol qualcos’altro da mangiare, burro e formaggio non gli garbano; gli porterò una pezzola di mele e pere secche e un boccale d’aceto.” Poi sprangò la porta nella parte superiore, ma scardinò il portello di sotto e se lo mise sulle spalle, persuasa che una volta messa al sicuro la porta, la casa era custodita.

Per strada Caterinetta se la prese calma: “Così Ricuccio ha più tempo per riposarsi…” pensava. Quando l’ebbe raggiunto disse:” To’, Ricuccio, eccoti la porta di casa, così te la custodisci da te. “Dio mio, che moglie giudiziosa mi rimpasto! Spranga la porta di sopra e scardina il portello di sotto perché possa entrare chiunque! Adesso è troppo tardi per tornare a casa, ma visto che l’hai portato fin qui, continuerai a portarlo anche dopo!”. “Il portello lo porterò, Ricuccio, ma la frutta secca e il boccale d’aceto, no, mi peserebbero troppo; li appenderò al portello, ci penserà lui.”

Entrarono nel bosco e cercarono i furfanti, ma non li scovarono. E siccome si faceva buio, si arrampicarono su un albero per passarci la notte. Ed ecco, non avevano finito di accomodarcisi, che arrivano quei tali che portan via quel che non vuole accompagnarli e trovan le cose prima che si perdano. Si misero a sedere proprio sotto l’albero dove si erano accomodati Rico e Caterinetta, accesero il fuoco e fecero per spartirsi il bottino.

Rico allora scese giù dall’altra parte dell’albero a raccoglier sassi e una volta risalito pensava di ammazzarli a sassate. Ma i sassi non raggiunsero il bersaglio e i furfanti esclamarono:” Tra poco è giorno, il vento fa cascar le pigne!” Caterinetta aveva ancora il portello sulle spalle e siccome le pesava, pensò che fosse colpa delle pere secche. “Ricuccio” disse “bisogna che molli le pere.” “No, Caterinetta, non ora” rispose lui, “Potrebbero tradirci!” E lei disse: “Ah, Ricuccio, non resisto, mi pesano troppo!” “E allora mollale, boia d’un mondo!” Le pere secche piovvero giù tra i rami e quelli di sotto dissero:” Gli uccelli concimano!”

Dopo un po’, siccome il portello continuava a pesarle, Caterinetta disse: “Ah, Ricuccio, bisogna che versi l’aceto!” “NO, Caterinetta, potrebbe tradirci!” “Ah, Ricuccio, non resisto, mi pesa troppo!” “E allora versalo, boia d’un mondo!” Allora versò tutto l’aceto, sicché quei tali ne furon spruzzati: “Goccia giù la rugiada!” dissero fra loro.

Alla fine Caterinetta pensò: “Non sarà mica il portello a pesarmi così tanto?” Perciò disse: “Ricuccio, bisogna che butti giù il portello!” “NO, Caterinetta, potrebbe tradirci!” “Ah, Ricuccio, non resisto, mi pesa troppo.” “NO, Caterinetta, tienilo stretto!” “Ah, Ricuccio, lo lascio andare!” “E lascialo andare, che il diavolo ti porti!” Allora il portello piombò giù con gran fracasso e quei tali là sotto gridarono:” Scende dall’albero il demonio!” Se la diedero a gambe e piantarono lì tutto. Così, quando all’alba la coppia scese giù, trovò tutto il suo oro e se lo portò a casa.

Una volta tornati, Rico disse: “Caterinetta, ora però devi metterti da brava a lavorare”. “Sì, Ricuccio, mi ci metterò, andrò nel campo a mietere.” E una volta nel campo, Caterinetta mangiò e a mangiare le venne sonno; cominciò a tagliare e tra sonno e veglia, si tagliò in due i vestiti, grembiule, camicia e sottana. Quando poi, dopo una bella dormita, si svegliò, si ritrovò mezza nuda e si disse: “Sono io o non sono io? Eh no, non sono io no!” Intanto si era fatta notte. Caterinetta rientrò nel villaggio, bussò alla finestra del marito e chiamò:”Ricuccio!” “Che c’è?” “Vorrei sapere se Caterinetta è dentro”. “Sì, sì, rispose Rico” sarà di certo a dormire.” “Meno male” disse lei “Vuol dire che sono già a casa!” e corse via.

Fuori, Caterinetta incontrò dei malandrini intenzionati a rubare. Li avvicinò e disse:” Voglio aiutarvi”. Credendo che lei fosse pratica del posto, i malandrini non ebbero niente in contrario. Allora Caterinetta prese ad andare avanti alle case gridando: “Gente, c’avete roba? Noi si vuol rubare!” I malandrini pensarono:” Qui si mette male.” E cercarono di liberarsi di Caterinetta, dicendole: “Fuori dal villaggio, il parroco ha un campo di rape! Vacci un po’ tu a dargli una strappata!” Caterinetta ci andò e cominciò a strappare, ma era troppo pigra per rialzarsi tutte le volte.

Passò un uomo ed essendosi fermato a guardarla, pensò che a grufolare così tra le rape fosse il demonio. Andò di corsa dal parroco e gli disse: “Signor parroco, nel vostro campo di rape c’è il demonio a grufolare!” “Ah Signore Iddio!” disse il parroco “Ho male a un piede, non posso andare a farci gli scongiuri!” “Vi ci porterò io a cavalluccio!2 disse l’uomo e se lo portò in groppa. E quando arrivarono al campo, Caterinetta si rialzò stirandosi. “Ah, il diavolo!” gridò il parroco, e tutti e due se la dettero a gambe; anzi, tanta era la paura che il parroco, col piede che gli faceva male, filava dritto più di quello con le gambe sane che l’aveva portato a cavalluccio.

10 risposte a “La fiaba – Rico e Caterinetta – J e W. Grimm”

    • Sì, Nicotano; è l’elogio dell’irrazionale a fronte del razionale, della totale mancanza di buon senso a fronte dell’equilibrio, dell’insensatezza a fronte del ragionamento. Ma il punto è che sono entrambe parti che ci contraddistinguono. Lei è un po’ come le menadi dei miti greci; un’essere dionisiaco che alla fine fa scappare tutti. Perché l’adulto ha paura dell’irrazionale; lo infastidisce e lo teme, perché lo destabilizza. I bambini, se gli racconti questa fiaba invece si divertono tantissimo, perché capiscono la comicità dell’assurdo e dell’irrazionale, ma nel contempo capiscono anche quanto è potente e imparano ad averne il giusto timore. Ed è una fiaba lunga che insegna qualcosa ad ogni evento scaturito dalla follia di Caterinetta. Occorrerebbe analizzarla paragrafo dopo paragrafo, perché ci sono diversi livelli di lettura ed è estremamente interessante anche in termini simbolici. Magari mi ci metto, uno di questi giorni. 😉

      "Mi piace"

    • Hai ragione, Raffa; lei alla fin fine se la cava sempre e non sembra preoccuparsi più di tanto degli “errori” che fa; noi che leggiamo, invece possiamo avere due reazioni: o ci divertiamo, oppure proviamo un certo fastidio, perché Caterinetta non si comporta come vorremmo, tutt’altro. Quando si trova sull’albero, ad esempio, lei è molto a disagio e scomoda, perché Rico le ha fatto portare la porta, la frutta secca e l’aceto. Non ha scelto lei di portarsi su quella roba, ma è il prezzo che ha dovuto pagare perché non ha avuto il necessario buon senso. Ma a lei del buon senso non interessa nulla e prima lascia andare la frutta, poi l’aceto e infine si libera anche della porta, che era il fardello più pesante. Quante volte noi ci portiamo sul groppone situazioni di cui non riusciamo a liberarci, perché non ci accorgiamo di che cosa veramente ci fa stare male. E allora magari lasciamo perdere cose di poco conto, come la frutta e l’aceto, ma il problema grosso (la porta) non lo vogliamo vedere e non riusciamo a lasciarlo andare. Finché non cela facciamo più e ci tocca mollare, nonostante il buon senso e la parte razionale (Rico) ci dicano che non è il caso, perché si rischia grosso (i furfanti si accorgerebbero di loro). Alla fine, non ce la si fa più e si molla e così tutto si risolve da solo: i briganti se ne scappano via, e loro recuperano l’oro. 🙂 Questo è solo un esempio, e nemmeno il più profondo, di quante cose può “dirci” una fiaba.

      Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un’icona per effettuare l’accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s…

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: