La visita al cimitero

Era una giornata di fine ottobre e nel piccolo cimitero del paese, la nebbia fitta e bianca si insinuava fra le sculture di marmo e le rose nere delle croci di ferro battuto, mentre le campane della cappella suonavano le tre del venerdì. Un uomo con un cappotto grigio ed un cappello di fustagno nero dalle larghe falde se ne stava immobile al centro del cimitero, davanti alla tomba di una donna morta sei anni prima. Le fotografie degli altri defunti lo osservavano con una certa mesta indifferenza, mentre lei gli sorrideva appena, con la testa un po’ inclinata a sinistra e l’ovale del bel viso a sfiorare appena il colletto bianco della camicetta di pizzo.

Le campane smisero di suonare e si sentiva in lontananza un chiocciare di galline ed il richiamo di un pastore di pecore che incitava i cani con dei fischi potenti. Sui rami dei cipressi la brina si stava sciogliendo appena, lasciando scivolare piccole gocce gelide lungo le foglie verticali; l’aria satura di umidità ogni tanto portava refoli di vento freddo e qualche nuova goccia di pioggia leggera si mischiava alla nebbia.

Lui era immobile, con le mani nelle ampie tasche del cappotto, gli occhi socchiusi che ogni tanto si riempivano di liquida tristezza, per venire prontamente ripuliti da un fazzoletto di cotone bianco, ben stirato e ripiegato, tenuto da una mano curata che poi si andava a rimettere nella tasca del cappotto. Lungo il basso muretto a secco che recintava il cimitero, si alzava una siepe di pungitopo e fra una pianta e l’altra si intravvedevano nicchie libere dai rami fitti, dove i gatti si nascondevano nelle giornate afose in estate, ma che ora erano deserte. Un singulto un po’ troppo forte uscì dalla gola dell’uomo e lui si guardò alle spalle, vergognandosi un po’, che non era più un bambino e gli uomini adulti non piangono; quantomeno non in quel modo, non facendo tanto rumore.

Lei non era sua moglie e lui non avrebbe dovuto stare su quella tomba. La tomba di sua moglie era un’altra, posizionata poco distante, a qualche decina di metri; la foto della moglie non si poteva vedere da lì, perché la lapide era un po’ girata verso un’altra direzione e questo a lui dava un po’ di sollievo. Anche sua moglie era morta sei anni prima, esattamente lo stesso giorno in cui era morta la bella donna che lo guardava dalla foto, e che ancora stava lì a sorridergli dolcemente. Lui era al lavoro, quel giorno; se lo ricorda bene… se lo sarebbe ricordato per tutto il tempo che gli rimaneva da vivere.

Aveva regalato un orologio d’oro a sua moglie quella mattina, perché era il giorno del loro anniversario di matrimonio; era un bell’orologio con dei diamanti incastonati sul perimetro del quadrante. Si trattava di un oggetto di valore, come tanti regali che lui era abituato a farle. Lei gli aveva detto che quando sarebbe ritornato dal lavoro, lei gli avrebbe fatto il suo regalo; era una sorpresa, gli disse. Gli sorrise quando lo salutò sulla porta e gli mandò un bacio con due dita della mano quando lui si allontanò con la grossa automobile per recarsi al lavoro. Mentre si allontanava, lui sentì nuovamente quel nodo in gola; una sensazione che lo prendeva ogni volta che lei gli sorrideva. Era un giorno come un altro, quello, un giorno come tanti, se non si fosse trattato di festeggiare una ricorrenza.

Quando quel 31 ottobre lui entrò in ufficio, c’era ad attenderlo quello stesso sorriso dolce che lo stava guardando dalla fotografia un po’ sbiadita dal sole e incastonata della lastra di marmo; quando lui la vedeva, il cuore nel petto subiva un’accelerazione improvvisa. Non poteva farci niente; lei gli faceva quell’effetto e lui non riusciva nemmeno a mascherarlo troppo bene. Seduta alla sua scrivania, lo salutava sempre con un cenno del capo, senza dire nulla, mentre lui le passava davanti; i capelli scuri che le sfioravano le spalle, la pelle chiara e quella bocca velata di un leggero rossetto che sembrava non volere null’altro che chiedere attenzione.

Mentre tutti gli altri colleghi si prodigavano a dargli il buon giorno, lui, il capo appena entrato in ufficio, attorniato dalle solite richieste di pareri urgenti e pratiche inevase da firmare, avanzava come se la presenza di lei lo sollevasse qualche centimetro da terra, portandolo in un mondo parallelo e annebbiato; un mondo leggero, bello, fatto di cose allegre e senza responsabilità.

Lui fingeva di ascoltare tutti e una volta seduto alla scrivania, cominciava a riprendersi, come se la poltrona sulla quale si adagiava ogni giorno lo riportasse alla realtà, alle responsabilità e alla sua attività fatta di noiosa routine quotidiana che riprendeva subito dopo con la consueta solerzia e diligenza. Era così che aveva fatto carriera, ovvero sottoponendosi costantemente e senza un minimo lamento a tutte le incombenze burocratiche per tutti i venticinque anni della sua vita lavorativa.

Mai un ritardo, mai un momento di sosta, mai una qualsiasi attività che esulasse dai suoi doveri di indefesso lavoratore amministrativo; lui era l’esempio, il prototipo primo dell’uomo ligio al dovere e dell’ingranaggio ben oliato e sempre in piena efficienza. L’unica vera distrazione in quell’ambiente fatto di pratiche, di incombenze, di urgenze, di necessità improrogabili, era “lei”… e come tale, lui cercava di ignorarla il più possibile.

Tuttavia, suo malgrado, ogni tanto si sorprendeva con gli occhi alzati dal suo frenetico lavoro, imbambolato a guardarla dal vetro di cristallo che separava la sua scrivania dal resto del grande ufficio, seguendone i lineamenti del viso, la perfezione del profilo, finché lei, sentendosi osservata, non alzava a sua volta gli splendidi occhi neri dallo schermo del pc e ricambiava lo sguardo, sorridendo, sempre, finché lui arrossiva e riprendeva nuovamente a nascondersi dietro al suo schermo.

Cercava di distrarsi, ma in realtà quel sorriso gli creava un tale sconvolgimento dei sensi che faticava non poco a riprendere la concentrazione. Era andata avanti così per mesi; non c’era stato nient’altro che uno scambio continuo di sguardi e di sorrisi. Nient’altro; lui non poteva, e lo sapeva. Lui era devoto, ligio, corretto, giusto e sapeva che non avrebbe mai avuto il coraggio di fare un primo passo. Mai. E infatti non lo fece.

Quel pomeriggio lui aveva intenzione di rientrare a casa prima, perché aveva promesso alla moglie che sarebbero usciti a cena per festeggiare. Aveva prenotato nel miglior ristorante della città un tavolo appartato, dove avrebbero trascorso una bella serata romantica. Lo sapeva in cuor suo di non averne voglia e quando ci pensava gli si formava ancora e sempre quel nodo in gola, ma non poteva certo accampare scuse; che cosa avrebbe detto sua moglie?!

C’erano davvero molte cose che lui faceva, o non faceva, per paura di che cosa avrebbe detto o pensato sua moglie; a volte gli sembrava che la sua vita fosse imperniata completamente sul giudizio della donna che aveva sposato vent’anni prima e che lui temeva più di ogni altra cosa. E prima che ci fosse lei, era accaduta la stessa cosa con sua madre, che gli aveva praticamente organizzato l’esistenza fin dalla più tenera età. Aveva deciso per lui il percorso di studi, le persone da frequentare, i vestiti da indossare e lui, beh… lui aveva sempre lasciato fare, per una sorta di consapevole e comoda vigliaccheria che lo accompagnava fin da bambino.

Non aveva mai scelto nulla per se stesso. Mai. Tuttavia fingeva anche di non saperle queste cose, per una questione di comodo e quando questi pensieri gli si presentavano alla mente, se li scrollava di dosso subito, imponendosi qualche ora di lavoro straordinario che, lo sapeva benissimo, non erano per nulla necessarie, ma servivano come diversivo per questioni ben più dolorose.

Mentre usciva dall’ufficio, quella sera lei non c’era alla sua scrivania; probabilmente era uscita un po’ prima e questo lo rattristò più di quanto volesse ammettere. Quei momenti fugaci di felicità fatti di sguardi innocenti e di emozioni represse, gli servivano per sopportare tutto il resto e quando gli venivano a mancare, gli sembrava a volte che non ce l’avrebbe fatta. Si diresse verso l’ascensore con questa dolorosa consapevolezza e un nodo in gola gli salì di nuovo mentre pigiava il pulsante dell’ascensore per scendere nel garage interrato dell’edificio.

Le porte dell’ascensore si stavano per chiudere, quando qualcuno mise un piede che calzava una scarpa laccata per fermarle e le porte si riaprirono; era lei. Lo fissò negli occhi e salì nell’ascensore, mentre lui si scostò goffamente di lato per farle posto, con il cuore in tumulto, mentre lei schiacciava il pulsante del piano interrato. Lui osservò la sua mano bianca, le dita affusolate che si accostavano al pulsante, le unghie curate e si rese conto di trovarsi in uno spazio ristretto, vicino a lei, da solo con lei e fin troppo vicino.

Lei sorrise e lui cercò di non guardarla, mentre l’ascensore si metteva in moto. Non sapendo dove guardare, lui si osservò la punta delle scarpe per dei lunghi, interminabili minuti. L’ascensore sembrava non arrivare mai a destinazione. Poteva sentire il profumo dei suoi capelli e la sua mente cominciò a galleggiare ad un metro da terra, di nuovo.

Man mano che l’ascensore scendeva, a lui saliva nuovamente quel groppo alla gola; si sentì in gabbia, nuovamente. Fra pochi attimi, pensò, lei se ne sarebbe andata e lui avrebbe ripreso la sua vita di sempre, avrebbe dovuto ritornare con i piedi per terra alle sue responsabilità, ai suoi doveri di impiegato modello, di marito modello, di persona per bene.

“No!!” Si disse, non poteva permetterlo!! Non di nuovo, non dopo che lei gli era arrivata tanto vicina; tanto vicina che avrebbe anche potuto toccarla, finalmente! E così le disse qualcosa, senza pensare, di getto… le disse: “Senta, io la amo!” Lei lo guardò con i grandi occhi neri sbarrati e dopo un attimo di sconcerto, gli sorrise con quella bocca meravigliosa; un sorriso che voleva dire tutto e niente e che lui si bevve come acqua fresca, come avrebbe fatto un uomo perso, assetato e costretto a vivere nel deserto per anni.

L’ascensore si fermò di colpo e le porte si aprirono. “Amore! Sono venuta a prenderti! Volevo farti una sorpresa!” Era sua moglie, raggiante, truccata perfettamente, appena uscita dal parrucchiere, bella come non mai. Fu un attimo e lui… beh, lui sprofondò nel baratro, di nuovo. Lei invece uscì dall’ascensore scivolando via come un’ombra, con gli occhi bassi, sussurrando appena un “Buonasera!” e lui non seppe fare altro che farsi prendere sotto braccio dalla moglie, esattamente come avrebbe fatto un bambino, per poi farsi portare alla macchina. Poi le disse: “Guida tu, che sono un po’ stanco.” Lei prese le chiavi, sorridendo e, presa com’era dall’organizzazione della serata, non avvedendosi di nulla.

Lungo il tragitto si scatenò un furioso temporale e la moglie, che aveva fretta di portarlo “in un posto speciale” per festeggiare il loro anniversario, guidava con una certa fretta e passò addirittura con il rosso, rischiando un incidente, ma mentre lui si era spaventato a morte, lei si era limitata a sorridere dicendogli: “Sei il solito fifone!”

Quella frase detta con tanto sarcasmo e sottile cattiveria, gli fece scattare qualcosa che si smosse dal centro del suo petto e un impeto di rabbia repressa sfociò in un incontrollabile attacco di violenza incontrollabile e cieca! Lui si tolse la cintura di sicurezza, si girò verso di lei e con uno slancio bestiale la prese per il collo con entrambe le mani, mentre l’automobile cominciò a sbandare da un lato all’altro della carreggiata, sotto una pioggia battente e fra i clacson impazziti delle altre automobili che cercavano di schivare il peggio.

Lui non mollava la presa; non poteva, non avrebbe più potuto! La moglie, sollevata dalla morsa delle sue mani, non riusciva più a controllare il mezzo, mentre lui, impazzito com’era non riusciva a fare altro che stringere, stringere e stringere sempre più forte, finché lei, con gli occhi sbarrati non lasciò il volante, accasciandosi senza vita sul sedile dell’automobile.

La potente macchina lanciata a tutta velocità e oramai senza controllo, sbandò ripetutamente, capovolgendosi più volte su se stessa e finendo oltre un cavalcavia e poi giù, fino a cadere esattamente sull’abitacolo di un’auto parcheggiata nei pressi di un ipermercato. Nel volo lui venne sbalzato fuori dall’abitacolo, finendo a lato strada come un vecchio straccio. L’automobile nella quale si trovava il corpo oramai senza vita della moglie prese fuoco quasi contemporaneamente all’utilitaria che aveva centrato in pieno e non ci fu nulla da fare per la moglie, che in realtà era già morta, e per l’altra persona che occupava l’auto parcheggiata.

Passarono sei mesi prima che lui potesse uscire dall’ospedale e altri cinque prima che potesse riprendere a lavorare; in fin dei conti, pensò, visto quello che era successo, se l’era cavata con poco. In quei mesi, un solo pensiero lo aveva accompagnato e aiutato a sopportare i dolori fisici, l’ospedale e la terapia che lo aveva rimesso in piedi: il pensiero che una volta rimessosi, avrebbe potuto tornare al lavoro e finalmente avrebbe rivisto lei. Solo questo gli aveva dato la forza di sopportare il rimorso, la colpa.

Ovviamente nessuno sospettò di quanto era accaduto e il corpo carbonizzato della moglie non poteva dare adito a nessun dubbio. Data la pioggia battente, nessuno aveva potuto notare quello che era successo nell’abitacolo della sua macchina prima che accadesse l’incidente. Lui, pensò, era salvo e questo era tutto quello che contava. Questo, e il fatto che adesso era libero di andare da lei e dirle nuovamente che l’amava.

Quando finalmente rientrò in ufficio, notò subito che lei non era alla sua scrivania e questo lo contrariò parecchio; si era immaginato quel momento per mesi e adesso le aspettative venivano disilluse. Tutti gli si fecero attorno per chiedergli come stava, come si sentiva, per fargli le condoglianze, ma di lei nessuna traccia. Allora lui si mise seduto sulla sua poltrona e poi chiamò la segretaria; la sensazione era diversa, adesso, perché si sentiva libero, leggero, finalmente.

Disse alla segretaria di mandarle la Signora P. Adesso poteva farlo, sapeva farlo, non aveva più paura del giudizio di nessuno. Si era detto che la cosa migliore da fare era convocarla direttamente nel suo ufficio, visto che lei non si faceva vedere. Ma la segretaria lo guardò in modo strano e poi gli disse: “Ma come? Non le hanno detto niente?”

Lui non capiva. Allora la segretaria si rese conto che doveva dirglielo lei e con qualche imbarazzo e a voce bassa disse:” La Signora P. è deceduta nell’incidente; la macchina parcheggiata con la quale si è scontrato il Suv di sua moglie era la sua. Era uscita dal lavoro e si era fermata nel parcheggio per fare un po’ di spesa, si presume. Mi spiace. Mi spiace davvero che nessuno glielo abbia detto prima.”

Lui ebbe la sensazione che la poltrona sulla quale era seduto lo stringesse come in una morsa; provò un dolore fisico, in tutto il corpo, ma prevalentemente al centro del petto; un dolore freddo, gelido, che gli tolse il sangue dalle vene, lasciandolo inerme e vuoto. E fu così che lui apprese la notizia; fu così che poi prese a frequentare il cimitero ogni giorno e l’abitudine di piangere da solo, di rimorso e di rimpianto.

23 risposte a “La visita al cimitero”

  1. Molto bello, in poche righe hai costruito la psicologia dei personaggi e i rapporti tra loro magnificamente. Sinceramente avevo intuito il finale, ma io non faccio testo, e comunque è geniale.

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  2. Bellissimo! Hai il fuoco sacro della scrittura che ti ha preso ormai, eh?! Io non ce l’ho quasi più ma fa niente…
    Comunque, se miravi ad ottenere un effetto sorpresa, ti posso dare un piccolo suggerimento: non dire all’inizio che quelle due donne sono morte lo stesso giorno, così sarà più difficili immaginare che sia stato lui la causa della morte della donna che amava sul serio… 😉

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      • Piuttosto, ti dico anche io come gli altri che sei molto brava a scrivere (purtroppo però, come ben sai, avere successo è tutt’altra cosa, e conta sopratutto la “pubblicità”).

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      • Ma Coulelavie, tu magari non ci crederai, ma io non ho bisogno di avere successo, credimi!! A me piace scrivere e mi basta poterlo fare, come ho sempre fatto. Mi piace fare anche un mucchio di altre cose e mi basta poter continuare a farle, tutto qui. Il successo, o la brama di successo, la lascio ai giovani virgulti, quelli che “ambiscono” e hanno la vena competitiva nel cuore. Io ste cose non le ho mai avute e non mi nasceranno certo adesso, che ho un’età e sto così bene come sto. 🙂 Una cosa però mi premerebbe arrivare ad ottenere; vorrei che quello che scrivo fosse concretamente utile a qualcuno, fosse anche uno solo, a me basterebbe. 🙂 Che sia perché porto informazioni pulite, o che sia perché riesco (forse) a creare qualcosa di bello, già l’obiettivo primo sarebbe raggiunto. Poi, il resto, vada come vuole. La pubblicità come mezzo di vendita, ti dico la verità, un po’ mi indispone e a me basta che la gente che trova qualcosa di buono in quello che faccio, voglia condividerla con persone alle quali tengono. E se questo accade, a me basta e avanza. I corsi di marketing che ho fatto mi hanno fatto capire proprio questo: a me del marketing non mi frega niente! 😀 😀 😀

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