A chi non crede alle fate

I boscaioli stavano oramai tutti a valle ed era pomeriggio inoltrato quando arrivai a mezza costa del versante. Mi diressi nell’unico punto dove ancora avrei trovato dell’acqua per riempire le borracce; poi mi portai più in quota, dove la piccola baita dei pastori mi stava aspettando. Era la prima settimana di settembre ed i cervi cominciavano a bramire; la notte sarebbe stata piuttosto movimentata. La luna sarebbe stata quasi al colmo e in quell’anno non si trovavano funghi, quindi la montagna era praticamente deserta. C’ero io, il mio cane e la foresta; nient’altro.

Passai verso le 18 in luogo dove un operaio mi aveva raccontato che una volta, tanti anni prima, aveva visto un ufo; proprio così, mi disse che si era talmente spaventato che corse a perdifiato fino in paese, senza fermarsi un solo momento. Il paese distava almeno 15 km, premetto. Lui era talmente terrorizzato da quello che aveva visto che si era scordato il motorino a terra e se l’era data a gambe, correndo.

Io non ci credo agli ufo; non perché non penso ci possano essere altri esseri viventi nell’immensità del cosmo (cosa invece più che probabile), ma solo perché non ne ho mai visto uno. Se ne vedo uno, ci credo; ammesso che vedendolo, riesco a capire che si tratta effettivamente di un ufo. Io non chiudo mai nessuna porta e nessuna possibilità, ma per ora, mi tocca dire che niente; io gli ufo nelle innumerevoli e lunghe nottate passate a guardare le stelle dalle radure delle foreste, non li ho mai visti.

Tuttavia quello era in effetti un luogo particolare, per una serie di motivi che bisognerebbe provare a vivere di persona, perché parlarne e basta, non rende per niente l’idea. In quel posto la luce pare avere un riverbero strano e si avverte una certa inquietudine attraversandolo, come se l’aria vibrasse. È l’unica zona nell’arco di molti chilometri dove scorre un ruscello, ed il ruscello, guarda caso, prende vita da un’area qualche centinaio di metri più a monte, dove si raduna tutta la fauna della montagna, tranne che in inverno, dove riesci a trovarci solo i camosci, perché si trasforma in un mondo di ghiaccio. Il ruscello nasce a valle di un anfiteatro naturale dove l’aria è praticamente ferma e non si avverte alcun rumore. Non c’è mai vento lì ed il silenzio è totale.

Quella notte l’avrei passata nella piccola baita, perché mi andava di sentire i primi cervi al bramito; lo facevo spesso in autunno, perché se non lo avete mai sentito, il bramito dei cervi in piena notte in una foresta fuori dal mondo, è qualche cosa di davvero emozionante e meraviglioso. È anche il periodo in cui puoi ammirare i cervi in tutto il loro splendore, perché essendo attraversati dalla smania riproduttiva, si scordano le regole di prudenza e circospezione tipiche della specie e si fanno notare a più non posso. Gli avvistamenti si sprecano e anche le scene particolarmente emozionanti di inseguimenti, lotte fino allo sfinimento fra i maschi(e a volte fino alla morte) ed accoppiamenti con le femmine. Lo so, son cose loro e ci vorrebbe più rispetto della loro privacy, ma io mica lo faccio in modo morboso; la mia è una mera osservazione scientifica, etologica.

Quella sera mi ero accesa il fuoco nel camino e mi ero preparata il sacco a pelo per la notte e prima che il sole scendesse, decisi di andare a fare due passi, per capire un po’ se c’era già movimento. Salendo dalla Valle avevo sentito un paio di bramiti, ma nulla di eclatante; la stagione era forse ancora troppo ferma. Mi sono messa a guardare uno dei soliti tramonti mozzafiato nella zona più panoramica e ogni tanto davo un’occhiata con il binocolo lungo i versanti, mentre la luce cambiava e si faceva sempre più buio. I cervi erano al pascolo ed anche i caprioli; un allocco si era messo a cantare alle mie spalle, sui rami di un vecchio larice ed il cinguettio degli altri uccelli si era attenuato, fino a smettere del tutto.

MI decisi a tornare alla baita, prima che facesse buio, perché avevo lasciato il frontalino nello zaino e non volevo inciampare in qualche radice rientrando. Quindi mi alzai dalla roccia in cima all’ampio anfiteatro, dove mi ero appostata per guardarmi attorno e feci cenno al cane di seguirmi, ma lei niente, ferma. Orecchie dritte, annusava l’aria. Allora mi dissi che c’era senza dubbio qualcosa, qualche animale lì vicino. Cercai di capire in che direzione puntava il cane, ma non capii molto; sembrava confusa e si vedeva ormai poco; pian piano il buio stava arrivando e la luna non era ancora sorta. Eppure doveva esserci qualcosa, perché il cane non si muoveva. E’ addestrato a rimanere immobile quando fiuta qualcosa, in modo da non spaventare gli animali.

Ma cominciava a fare troppo buio e sapevo che dovevamo rientrare, anche a costo di spaventare qualche selvatico, così tirai il cane con il guinzaglio, appena un po’, per fargli capire che dovevamo andare. Ma lei niente. Sembrava una statua di sale. Era la prima volta che la vedevo comportarsi in quel modo. Eppure eravamo troppo distanti dalla baita per perdere ancora troppo tempo; la forzai, prendendola di peso e dopo un po’ guaendo e sbuffando un po’, ma mi seguì. Era davvero un comportamento strano, quello. Di solito appena mi muovevo, scattava in piedi, felice di potersi muovere. Rientrammo alla baita, con il cane che andava a rilento. Mi preoccupai e pensai addirittura che forse era stata morsa da qualche vipera e che non stesse bene. Ma non presentava nessuno dei sintomi da morso; sembrava solo riluttante a rientrare.

Arrivammo alla baita, osservai bene il cane per verificare che stesse bene e quando la vidi tranquilla mi rasserenai anch’io. Il fuoco era ancora acceso e ravvivai la fiamma mettendo un nuovo ceppo sulla brace e poi cominciai a preparare la minestra liofilizzata per la cena. Accesi le tre candele che mi ero portata per fare luce e le disposi nel piccolo spazio; insieme al fuoco bastavano ad illuminarlo tutto. Quando mi girai, il cane se ne stava seduto con le orecchie dritte a osservare l’uscio, come se da un momento all’altro dovesse entrare qualcuno. Strano davvero, mi dissi. Ero tranquilla, perché lei è addestrata a difendermi e ad avere reazioni ben più decise quando si avvicina qualcuno che non conosce, ma quello era comunque un comportamento strano e non glielo avevo mai visto prima.

Cenammo, io con la minestra e il cane con i wurstel ed il panino che avevo portato per lei e nel mentre non si sentì nessun bramito, nessun rumore; mi preparai per andare a dormire e dopo aver ravvivato il fuoco con altra legna, spensi le candele e mi infilai nel sacco a pelo; il cane si sdraiò accanto a me sul suo tappetino, in modo da scaldarci a vicenda, come si fa sempre in queste occasioni. Da lì si potevano vedere le stelle fuori dalla piccola finestra e ci godemmo lo spettacolo prima di addormentarci.

Non so di preciso a che ora, ma ad un certo punto il cane si mosse e ringhiò piano; fa così quando c’è qualcuno, solo quando c’è qualcuno o quando ci sono cani o lupi nei paraggi. Gli feci segno di stare zitto e rimanemmo in ascolto. Il cane con le orecchie dritte. Il fuoco era ridotto a un mucchietto di braci e poteva ancora essere ravvivato, all’occorrenza.

Mi alzai e misi un nuovo ceppo sulle braci, poi mi accostai alla finestra e vidi una cosa stranissima, incredibile!! Sembrava una nuvola di lucciole che si muovevano in modo frenetico a pochi metri dalla finestra. Le lucciole si spostano molto lentamente e no, non erano lucciole quelle! Mai visto niente di simile! Non era una luce elettrica e non era nemmeno qualcosa che avevo mai visto prima in natura. Non capivo. Allora mi sono fatta coraggio, mi sono infilata il giaccone, il cane al piede ben assicurato al guinzaglio ed ho aperto la piccola porta di legno, rimanendo a bocca aperta non appena ho visto cosa stava accadendo fuori.

Tutta la radura dove stava la piccola baita era illuminata da queste frenetiche lucette impazzite; avevano un colore freddo che dava sul verde, proprio come le lucciole, ma queste erano tantissime. Sembrava di trovarsi nel bel mezzo di uno sciame caotico di luci che riempivano la notte, illuminando le fronde degli alberi e l’erba del prato adiacente alla baita di un colore verde limpido. L’aria aveva un profumo dolce di frutta matura e un lieve sentore di menta ed il tutto avveniva in un silenzio perfetto, irreale. Il cane non si mosse e io men che meno. Ero ipnotizzata. Poi di colpo, tutto si spense e sparì. In poche frazioni di secondo tutto quel riverbero di lucette impazzite si spense e rimase solo la luna in cielo, grande, imponente e perfetta nella sua chiara rotondità. Non l’avevo nemmeno notata fino a quel momento. Il cuore mi batteva all’impazzata nel petto; non avevo la minima idea di che cosa fosse successo. Non lo so quanto durò e quanto rimasi lì sull’uscio a scrutare la notte.

Poi, ad un certo punto in lontananza sentii il bramito di un cervo e poi un altro. Avvertii dal contatto con i muscoli del fianco del cane sulla gamba, che lei si stava rilassando; allora anch’io mi calmai un po’, rientrai e chiusi bene la porta. Guardai il fuoco e misi altra legna; non volevo rimanere al buio. Mi rimisi nel sacco a pelo a pensare a quello che era successo, a quello che avevo visto; non avevo pensato nemmeno per un momento a fare delle foto, o un video. Io a queste cose non ci penso mai, ma avrei dovuto… quella volta avrei dovuto! Il giorno dopo cercai in rete, per capire se c’era qualche cosa che documentasse quello quello che avevo visto; cercavo una spiegazione logica, insomma. Ma non ho trovato niente. Non so voi se ne avete una.

20 risposte a “A chi non crede alle fate”

  1. Io non me ne intendo di foreste e di animali che ci vivono, ma so che questo è un bel racconto, con descrizione accurata degli avvenimenti. Bello, a prescindere dall’origine di quelle vispe lucine. 😀

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  2. Bel racconto, vero se non ho capito male. Su cui non mi so esprimere non essendo un frequentatori di quei posti.
    PS: i wurstel non fanno troppo bene ai cani, anche se è indubbio che se li mangino volentieri. Credo siano troppo salati e probabilmente fanno loro troppa acidità.

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