La piccola lepre

Saltellando e incespicando nei rami secchi, la piccola lepre si affacciava al mondo di pascoli e boschi che, fino a pochi giorni prima, per lei che se ne stava nel nido ricavato nel terreno, nemmeno esistevano. La madre ed i fratelli si disperdevano sempre un po’ più lontani, per poi cercarsi e ritrovarsi per le ultime poppate, prima di essere svezzati completamente ed avventurarsi da soli nelle terre meravigliose e terribili della montagna.

La piccola lepre era nata per ultima ed era la più gracile; un batuffolo di peli con grandi occhi curiosi che guardavano le nuvole correre nel cielo azzurro ed i verdi limpidi dell’erba delle praterie. Si faceva coraggio giocando con i fratelli, sempre un po’ di più; ad ogni saltello si sentiva più grande, più forte, più veloce.

Si ritrovò in un’ampia radura fra gli alti alberi del bosco, e annusando l’aria cercò l’erba più tenera, il trifoglio, i germogli morbidi, come le aveva insegnato mamma lepre. Saltellava morbida nell’erba bagnata della mattina, spingendosi con le lunghe zampette possenti. Si distrasse ad osservare farfalle che volavano disegnando improbabili geometrie nell’aria tersa; con le lunghe orecchie vigili sentiva il ronzio degli insetti fra gli alti abeti, sentiva il picchiettare del picchio sulla cortecce del vecchio larice e il rombo fastidioso di un piccolo aereo da turismo che volava lento sopra le montagne.

La piccola lepre si saziò e si mise all’ombra di un giovane abete, nascosta fra le fronde basse e fitte; mamma lepre le aveva insegnato a proteggersi dai predatori che potevano arrivare dall’alto, le aveva insegnato ad essere prudente, perché le minacce potevano arrivare dal cielo quanto dalla terra. In quella giornata di luglio piena di sole e di nuvole candide che passavano veloci, il resto della famiglia si era ormai dispersa e adesso la piccola lepre era davvero sola; lei sapeva che doveva arrangiarsi, difendersi, trovare l’erba adatta. Sarebbe stata sola per lunghe notti e lunghi giorni futuri, adesso.

Mentre stava rintanata nel suo rifugio fra i rami e con la pancia piena, si appisolò un po’, ma all’improvviso sentì un rumore fortissimo che arrivava da valle; era un rumore che non aveva mai sentito e il cuore cominciò a batterle forte, sempre più forte. Tutti i muscoli del corpo si tesero e l’adrenalina cominciò a scorrerle dentro dandole forza ed energia, per prepararla alla fuga. Il rumore si stava avvicinando e quando fu vicinissimo, la piccola lepre scattò in una fuga confusa, senza sapere di preciso da dove arrivasse il pericolo, perché quel rumore mamma lepre non le aveva mai insegnato ad affrontarlo.

Uscì di scatto dal suo rifugio e si lanciò nel mezzo della radura, correndo a zig zag come l’istinto le diceva di fare. Arrivarono i mostri che emettevano quel terribile rumore e grandi ruote gommate la sfiorarono più e più volte, mentre lei in preda alla disperazione e alla confusione cercava di dribblare, di evitare di venire travolta, correndo all’impazzata completamente invasa dal terrore. Poi sentì un dolore lancinante lungo il dorso e rimase immobile, schiacciata sul terreno da quel peso enorme che la travolse e le passò sopra. Terrorizzata non poteva più muoversi; le zampette posteriori che erano la sua unica arma di difesa, non riusciva più a sentirle.

I tre mostri a due ruote proseguirono la loro marcia e si allontanarono, finalmente. Lei era immobile, schiacciata sul terreno mentre cercava di risollevarsi con le due zampette anteriori, senza riuscirci. Il dolore quasi adesso non lo sentiva più, ma il cuore continuava a battere all’impazzata, gli occhi erano ancora sgranati per il terrore. La piccola lepre non capiva, non poteva sapere che fra i boschi e le praterie, a volte passano dei mostri a due ruote che schiacciano e spaventano tutto quello che trovano.

Sono gli umani che guidano delle grosse moto, quelli; arrivano all’improvviso e non puoi mai sapere da dove. Con quei mostri arrivano ad arrampicarsi ovunque e scalano rocce, e attraversano praterie e s’inerpicano lungo dirupi e sentieri, lasciandosi dietro una orribile puzza, tutto il terreno scavato e spesso molti animali, soprattutto cuccioli, feriti o morti; la piccola lepre non sapeva che quel rombo di motori era il peggiore nemico dal quale doversi difendere, perché mamma lepre le aveva insegnato a guardarsi dalle poiane, dalle martore e dalle volpi, ma non le aveva mai fatto vedere i mostri a due ruote che attraversavano il bosco.

Capì che non poteva più muoversi quando, stremata dopo innumerevoli inutili sforzi per trascinarsi in avanti usando le zampe anteriori, il dolore la sopraffece, si lasciò andare, e piano piano cadde in un sonno febbrile. Si risvegliò qualche ora dopo, sentendo un nuovo rumore che non conosceva, nuovamente terrorizzata, dolorante; provò a muoversi, ma riusciva solo ad annaspare nella terra con le zampette anteriori, mentre la parte del suo corpo posteriore non voleva saperne di seguirla. Il rumore si avvicinava sempre più; non era spaventoso come quello dei mostri che l’avevano investita, ma il suo cuore batteva comunque all’impazzata per il terrore.

Si avvicinò uno strano essere, e poi un altro. Erano alti e camminavano su due zampe. Il primo era più piccolo, l’altro un bel po’ più alto; la piccola lepre non poté fare altro che rimanere immobile, sperando che quei predatori non la vedessero, che non si accorgessero di lei. E invece l’essere più piccolo la vide e cominciò a emettere un suono fastidioso, molto acuto che richiamò l’attenzione anche dell’altro essere più grande.

Poi la piccola lepre sentì altri richiami e molti altri esseri a due zampe si avvicinarono e tutti emettevano dei rumori forti, alcuni acuti, altri più gravi, ma tutti spaventosi. La piccola lepre non poteva sapere che quella era una comitiva di esseri umani e che la stavano accerchiando perché erano curiosi ed eccitati di vedere una lepre così da vicino, una lepre che non scappava, perché non poteva.   

Poi l’essere umano più alto prese un grosso ramo e cominciò a punzecchiarla, cercando di farla muovere; la piccola lepre sentì il dolore acuto, lancinante, ma rimase immobile; non poteva fare altro. Allora gli altri esseri cominciarono a emettere suoni forti, urla, schiamazzi e tutti si avvicinarono e cominciarono a toccarla; a lei sembrò che il cuore le si scoppiasse nel petto e non poteva fare altro che subire; gli occhi sgranati, lei immobile, il più immobile possibile, perché forse così avrebbero smesso.

Rimasero lì attorno a lei per un tempo infinito, e nel frattempo continuavano a toccarla e lei ad ogni tocco sentiva il dolore e la paura e voleva solo scappare, correre via, andarsene lontano, ma non poteva, non riusciva.

Poi la piccola lepre sentì un rumore simile a quello dei tre mostri con le ruote che l’avevano schiacciata sul terreno, e se possibile, il terrore aumentò ancora e cominciò ad annaspare con le zampe anteriori, perché voleva almeno provare ad andare via, un’ultima volta, ma niente… non riusciva, non poteva. Arrivò un grosso mostro bianco con quattro ruote e si fermò lì, nella radura. Uno di quegli esseri a due zampe scese dal mostro e si avvicinò alla lepre; in mano teneva un oggetto, una scatola.

L’essere si avvicinò alla lepre per prenderla e  quando questa si sentì toccare e sollevare, emise un lamento, un suono di rabbia e dolore che le usciva dal petto. Lo strano essere la prese con delicatezza sollevandola sotto la pancia, e la depose nella scatola, chiudendola subito. La piccola lepre sentì nuovamente il dolore e ancora la paura, mentre cercava di guardare con gli occhi spalancati attraverso dei buchi che facevano filtrare la luce e l’aria fin dentro la scatola.

Capì che la stavano portando via dal suo bosco.

Poi sentì il rumore del mostro con le ruote e capì che si stavano muovendo; durò molto e così il dolore che ad ogni movimento del grosso mostro, la faceva cadere a destra e a sinistra, mentre lei cercava di aggrapparsi come poteva sul fondo del contenitore dove l’avevano messa, con le due zampette anteriori.

Finalmente il grosso mostro si fermò e l’essere a due zampe sollevò il coperchio della scatola; vide i suoi occhi che la osservavano, ma non la toccò; le mise accanto un contenitore con dell’acqua e dell’erba fresca, del trifoglio. Poi chiuse la scatola e tutto fu silenzio. Era ormai notte. La piccola lepre provò ad uscire dalla scatola, ma si rese conto che tutto era inutile. Rimase con gli occhi vigili ad osservare i buchi nella scatola, finché non sorse il sole.

La scatola si aprì di nuovo e l’essere a due zampe la osservò ancora; lo strano essere tolse il contenitore con l’acqua, mise altra erba fresca, anche se lei non aveva mangiato nulla durante la notte, perché aveva la febbre e non aveva fame; lei voleva solo scapparsene via nei prati, voleva saltare fuori da quella scatola, ma non poteva, proprio non ci riusciva.  

Lo strano essere che l’aveva messa nella scatola, richiuse il coperchio e la piccola lepre sentì che la stavano trasportando nuovamente; sentì il rumore del mostro a quattro ruote e durò molto. Poi il rumore si fermò e la scatola venne nuovamente mossa, ma stavolta nessuno aprì il coperchio.

“L’hanno trovata dei turisti ieri pomeriggio! Non è messa bene; non muove le zampe posteriori, ma se si può fare qualcosa me la prendo in carico io!” disse la guardia forestale che aveva raccolto la piccola lepre.

“Vediamo…” disse il veterinario togliendo la piccola lepre dalla scatola. Lei si lasciò fare, ormai stremata, senza forze, non provò nemmeno ad opporsi. Si lasciò manipolare, con i suoi grandi occhi sgranati e pieni di paura che si guardavano attorno. Da quando aveva incontrato quegli esseri a due zampe, la sua esistenza è stata solo dolore e terrore senza fine. 

“Mi spiace, ma ha il bacino rotto.” Disse il veterinario, e continuò: “Probabilmente ha anche subito gravi traumi interni; le esce sangue dal naso, vede? Non è recuperabile. Lasciarla vivere in queste condizioni significherebbe protrarle il dolore inutilmente; la cosa migliore da fare è sopprimerla e prima lo facciamo e meglio sarà per lei.”

“Capisco.” Disse la guardia forestale. “Lei non sa quanti animali investiti da mezzi a motore ho raccolto quest’anno, dottore! Una vera carneficina! C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui gestiamo questo aspetto; di profondamente ingiusto! Non posso fare a meno di pensarlo. La guardi; poteva starsene libera nel suo ambiente, crescere, fare la sua vita da lepre, e invece… Mah… dico solo che non è giusto! Stiamo facendo dei danni davvero irreparabili e a volte penso che prima o poi, la natura ci chiederà il conto! E penso che sarà terribile quando questo succederà!!”

Il veterinario si limitò ad annuire in silenzio.

La piccola lepre non capiva; se ne stava immobile, nella speranza che la lasciassero in pace. Poi uno di quegli esseri spaventosi si avvicinò con qualcosa di appuntito e glielo infilò nel cuore; lei sentì ancora un po’ di dolore, e poi un gran sonno e si addormentò, per sempre. 

2 risposte a “La piccola lepre”

    • Questa è una storia vera; una delle tante che mi è toccato veder. Sono quelle cose che nessuno racconta mai, per questioni di comodo. Non sapevo se scriverla, se raccontarla, ma in fin dei conti questo blog serve per dire la verità sulle cose belle, ma anche su quello che proprio non va. Se la gente capisce il perché delle cose è facile che capisca anche perché certe regole vanno rispettate. 🙂

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