Ieri sono tornata in un posto magnifico

Fino a qualche anno fa, facevo regolari camminate in alta quota, partendo dal fondovalle; era un modo per sfogare certi malesseri, certe tensioni legate alla mia condizione, principalmente. Ero un’adolescente molto incazzata; davvero molto incazzata!! Ogni ora, o momento libero, lo sfruttavo per andare sui punti più sopraelevati, possibilmente poco frequentati, per godermi la vista dall’alto. MI faceva sentire più libera di respirare; mi sentivo al sicuro lassù, come adesso… non è cambiato molto, in realtà.

Esploravo zone mai viste, salendo i versanti da punti impraticabili, spesso invasi da rododendri e mughi e a volte dovendo ritornare sui miei passi, perché incontravo impossibili salti di roccia, a volte invisibili dal basso e particolarmente insidiosi e che non potevo scalare da sola. Perché neanche a dirlo, io mi muovevo sempre da sola. Allora scendevo, finché non trovavo un altro percorso abbastanza aperto per arrivare sulla cima. Spesso arrivavo quando la notte incombeva, ma non mi ponevo il problema; conoscevo a memoria i sentieri per rientrare e sapevo che nessuno sarebbe mai venuto a cercarmi.

Qualcuno dirà, ma perché non seguire i sentieri anche nella salita? Perché in certi posti i sentieri non esistono; o meglio, esistono i sentieri creati da bovidi e ungulati, ma non certo i sentieri attrezzati. E quelli erano i posti che mi piaceva frequentare; la sensazione è un po’ come quando fa un’abbondante nevicata e tu sei la prima che imprime le impronte nella neve. Ecco, andare in posti improbabili e impervi, ti lascia la stessa sensazione di libertà e ti accompagna la certezza che fin lì non ci arriverà nessuno, a meno che non sia abbastanza pazzo e abbastanza masochista come te.

Non è un buon esempio da seguire, ovviamente, e lo sconsiglio a tutti; le sudate massacranti e la sensazione di “non poterne più”, a volte ti possono mettere in seria difficoltà. La stanchezza ti porta nelle braccia del pericolo e andrebbe ben valutata e dosata, prima di arrivare al punto di non ritorno, ma questo in certe situazioni non è possibile, perché non puoi valutare con cognizione di causa un territorio che non conosci. Se oggi sono qui a raccontarle, ste robe, non è perché sono un drago, ma solo perché ho avuto molta fortuna, reiterata nel tempo, tra l’altro. Una cosa però mi è rimasta di quei giri massacranti che mi imponevo a cadenza regolare; la certezza che finché non ne sei fuori, non puoi mollare. È così in tutte le cose della vita.

Ieri sono passata sotto una di quelle cime, dove molti anni fa ero salita da un punto che nemmeno un suicida vorrebbe provare. E mi son ricordata della me stessa di allora, dei momenti davvero difficili che ho attraversato e di quel modo pazzoide che avevo di affrontarli; era un po’ come se mettendomi alla prova nella peggiore situazione possibile, trovassi conferma di potercela fare su tutti i fronti. Se mi fosse andata male, mi avrebbero raccolta col cucchiaino, ammesso che mi avrebbero trovata. Se invece andava bene, scendevo un po’ più forte di quando ero salita.

Oggi la gente, soprattutto i giovani (ma non solo i giovani) ad ogni passo si fanno un selfie, un post su facebook; pubblicano anche cosa, quanto e come mangiano… qualcuno si fotografa anche quando sta in bagno, affinché tutto l’iter digestivo venga documentato agli occhi del mondo fino all’esito finale. Li guardavo ieri, quei ragazzi, e pensavo a quanto due generazioni possano essere diverse in quest’epoca di pazzi, per citare Battiato. Eppure, sono belli i giovani e per certi versi alcuni sono anche puri, convinti che quello che fanno e pensano, sia tutta roba loro e non frutto di manipolazioni mediatiche. E mi fanno tanta simpatia, ma anche tanta tristezza, lo confesso.

Mentre ieri stavo seduta ai piedi di quella montagna a godermi i lariceti che tanto mi sono mancati negli anni, pensavo a quanto la mia infanzia/adolescenza fosse stata effettivamente un po’anomala rispetto alla media, anche se io non lo sapevo; di me nessuno sapeva nulla, soprattutto la mia famiglia. Non per colpa solo loro, ma per un mio modo di essere (a scuola mi definivano un “carattere introverso”), che non è poi cambiato tanto, anche se nel tempo forse un po’ sono migliorata. Adesso un po’ di cazzi miei in giro li racconto; magari scrivendo, più che parlando, ma è già qualcosa. Il punto è che a me non mi è mai interessato cambiare; semmai mi interessava migliorare.

Ho smesso di mettermi nei casini più o meno volontariamente? No, nemmeno quello. Alla fin fine, rimango dell’idea che se ti vuoi vivere un’esistenza degna, non puoi schivare il rischio in eterno; non puoi evitare di metterti alla prova, di metterti in gioco. Ogni tanto tocca buttarsi e saltare. Ultimamente l’ho fatto di nuovo e senza le dovute valutazioni, pare, ma pazienza; io sono dell’idea che la Vita non ti mette mai di fronte a difficoltà tali che tu non sai, o non puoi affrontare. La Vita, come la Montagna, ti chiedono solo quello che tu puoi affrontare, altrimenti ti rimandano indietro, ma finché ce la fai, hai il dovere di andare avanti e fare quello che puoi fare. E non puoi risparmiarti, perché non sei nata per risparmiarti; la fatica fa parte del gioco.

Metaforicamente parlando, l’alternativa è rimanere a piangere per anni sulla cengia in attesa di un elicottero, ma a quel punto tanto vale non salire e rimanere sul divano e non rompere le palle alla gente mettendo in pericolo anche la vita chi ti deve venire a salvare. Ma se vuoi vedere il mondo dalla cima di una vetta, certe cose vanno fatte e se ti trovi nei casini, il più delle volte ti devi arrangiare; tanto vale imparare a farlo il più spesso possibile, perché così ti tieni in allenamento.

La Montagna è una grande maestra, in tal senso. Lo senti subito se ti sta accogliendo e se ti vuole dare una mano ad uscire dai casini, o se è il caso che tu ritorni sui tuoi passi, perché hai dei limiti (che DEVI conoscere) e non ce la puoi fare. Ti insegna ad essere umile abbastanza per portarti a casa la pelle e ti insegna a non mollare se ce la puoi fare. Nella vita valgono le stesse regole; occorre saper chiedere aiuto quando non puoi farcela da sola, ma non è il caso di frignare se ancora hai le energie per sfangartela.

Ieri sotto quei larici, ho pianto di gratitudine pensando a quanto sudore e rabbia e paura di non farcela ho lasciato su quei sassi; forse anche con una punta di nostalgia, perché so che oggi certe cose di sicuro non lo saprei più fare (perché i miei limiti li conosco), ma non importa. Poi però mi son detta che potrei rimettermi in forma, finalmente, e provare a fare cose meno impegnative, adatte alla mia età e all’allenamento che potrei mettere in campo. In fin dei conti, so che se riuscissi a fare questo, riuscirei anche a sfangarmela nelle altre sfide che la vita mi sta ponendo davanti. Che finché c’è vita e finché c’è salute, tutto è possibile, no?

16 risposte a “Ieri sono tornata in un posto magnifico”

  1. Le camminate nella natura sono terapeutiche, condivido appieno! Anche se a me la paura non ha mai permesso di avventurarmi più di tanto.

    Per quanto riguarda invece il confine tra coraggio ed incoscienza, ho sempre avuto dubbi.

    Credo che il coraggio a volte nasca, come giustamente hai scritto, da condizioni personali. Condizioni non positive, che ci spingono a doverle affrontare o ad affrontare i nostri limiti, per dimostrare anche solo a noi stessi che abbiamo la forza ed, appunto, il coraggio per superare le avversità.

    Ammiro le persone coraggiose. Io, per come sono fatta, uso il coraggio con il contagocce, ma d’altronde penso che ognuno di noi non possa fare altro che essere fedele a sé stesso.

    Buonanotte!🙂

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    • Sì, finché si può scegliere serenamente, in fin dei conti il coraggio è relativamente necessario; non so se ti sei mai trovata con le spalle al muro, ovvero in una situazione dove o ti butti, o ti butti. In quel caso, non c’è molto da dire; o il coraggio lo trovi, o soccombi. Ed è temprante come esperienza. Soprattutto se ne esci viva 😀 😀

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